Attila, tecnologia e tradizione

Diciamo subito che, in un momento di regie e trasposizioni cervellotiche, che pare si siano appropriate del mondo dell’opera, l’aver assistito ad una rappresentazione di Attila di Giuseppe Verdi, andata in scena al Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena, ci ha particolarmente rinfrancati. Nona opera del compositore, su libretto di Temistocle Solera, tratto dal dramma Attila König der Hunnen di Zacharias Werner e rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia il 17 marzo 1846, Attila continua quel filone di opere a sfondo patriottico quale Nabucco (1842), I Lombardi alla Prima Crociata (1843) ed Ernani (1844), giustificando un’espressione rossiniana ripresa dalla critica che definiva Verdi “un musicista con l’elmo in testa”. Venendo al pregevolissimo spettacolo, particolarmente apprezzabile la sobria ed accurata regia di Enrico Stinchelli, in un’ambientazione storico-naturalistica in un contesto di raffinati effetti e proiezioni video atti a rievocare i momenti ed i luoghi della vicenda: un autentico trionfo della tecnologia al servizio della tradizione, dove le scene ed i costumi firmati da Pier Paolo Bisleri si integravano perfettamente Musicalmente di buona fattura, particolarmente apprezzata la superba prova di Carlo Colombara, nel ruolo del protagonista e di Vladimir Stoyanov, autorevolissimo Ezio. Pienamente all’altezza gli altri interpreti: Svetlana Kaysan (Odabella), Sergio Escobar (Foresto), Roberto Carli (Uldino) e John Paul Huckle (Leone). Di spessore la direzione d’orchestra a cura di Aldo Sisillo, abilmente attento a cogliere tutte le atmosfere create dal compositore. Un’ottima prova del Coro della Fondazione del Teatro e della Scuola di voci bianche suggellava uno spettacolo ampiamente conciliante col mondo dell’opera, meritatamente e lungamente applaudito dal folto pubbliuco.

gb

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