Sessant’anni fa il volo nello spazio di Laika

Il giornale radio serale di un freddo novembre del 1957 diede la notizia che i russi, dopo il successo dello Sputnik I nell’ottobre delllo stesso anno, avevano lanciato in orbita un secondo satellite artificiale. Questo veicolo spaziale era quasi dieci volte più pesante dei 58 chili del primo, ma soprattutto portava all’interno della capsula il primo essere vivente in viaggio nel cosmo: la cagnolina Laika. La piccola randagia moscovita di 5 anni e 6 chili di peso, dal pelo bianco chiazzato, fu scelta mesi prima, insieme ad altri quattro o cinque cani, per effettuare il durissimo addestramento al lancio. Furono preferite le femmine perchè per urinare non dovevano sollevavare istintivamente la zampa all’interno del minuscolo abitacolo. Laika sopportò pazientemente e con successo tutte le prove a cui fu sottoposta: ore e ore nella centrifuga per resistere alla fortissima accelerazione della partenza, alle vibrazioni ed ai rumori. Infine fu selezionata per il lancio, che avvenne alle 5,30 di mattina il 3 novembre 1957 dal cosmodromo di Baijkonur. La biologa Adilia Kotovskaia, oggi novantenne, che l’aveva seguita per lunghi mesi e le si era affezionata, prima che la capsula fosse chiusa l’accarezzò piangendo per l’ultima volta e le chiese di perdonarla. Infatti, quella di Laika era una missione senza ritorno, poichè non era stata ancora stata messa a punto la tecnologia per il rientro. L’inconsapevole astronauta secondo i comunicati ufficiali restò in orbita per dieci giorni, e fu uccisa dal cibo avvelenato messo appositamente all’interno dell’abitacolo per risparmiarle le sofferenze del rientro nell’atmosfera. Avevo sei anni all’epoca e l’idea di una cagnolina nello spazio con quel musetto così simpatico e dagli occhi dolci, così come appariva nelle foto pubblicate dai quotidiani, mi aveva fatto tanta tanta simpatia, ed era come se una piccola amica avesse affrontato quell’avventura. I miei genitori mi nascosero che Laika non sarebbe mai più tornata, ed ancora oggi a distanza di tanto tempo, sarà colpa dell’età, mi commuovo ricordandola. La missione dal punto di vista scientifico fu un successo, e dimostrò che un essere vivente poteva sopravvivere nello spazio, aprendo la strada quattro anni dopo al primo volo del maggiore Yuri Gagarin. In realtà per Laika le cose a bordo non andarono affatto come raccontarono le cronache dell’epoca, e la verità si seppe solo nel 2002 da Dimitri Malashenkov, dell’Istituto per i problemi biomedici di Mosca, nel corso del Congresso spaziale mondiale tenutosi a Houston in Texas. La cagnolina nella fase di accelerazione del lancio ebbe un aumento delle pulsazioni cardiache, poi tornate normali, ma dopo otto orbite attorno alla Terra la temperatura all’interno della capsula iniziò ad aumentare ad oltre 40° per difetti legati alla tecnologia ancora imperfetta di isolamento. Laika morì per disidratazione ed il suo corpicino carbonizzato fu trovato all’interno della capsula recuperata dai russi al largo delle Antille nell’aprile del 1958. La dolce randagia russa fu la prima di molti altri animali inviati nello spazio. I russi proseguirono con i cani, gli americani con gli scimpanzè, ma molti altri animali (una gatta, scimmiette, topi, insetti, tartarughe, meduse) diventarono astronuati inconsapevoli, ed alcuni di essi non tornarono vivi sulla terra. Quanto mi piacerebbe che il piccolo giardino che verrà realizzato al posto dell’ex biblioteca in via Cantore fosse intitolato a Laika ed agli altri animali pionieri dello spazio. Sarà un luogo destinato ad accogliere i giochi di bambini che forse vedranno l’uomo raggiungere Marte, ed allora perchè non ricordargli che se accadrà, ciò sarà anche merito del sacrificio della piccola dolce Laika.

Fulvio Majocco

Un pensiero riguardo “Sessant’anni fa il volo nello spazio di Laika

  • Gianni D.A.
    9 gennaio 2018 in 17:45
    Permalink

    La mia opinione non ha nessuna autorevolezza e influenza sulle scelte toponomastiche del Comune ma condivido totalmente la tua proposta di intitolare a Laika e agli altri animali “astronauti” i futuri giardini. Bau!

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