Ci scrivono: “Riusciremo a risollevarci dalle macerie del ponte Morandi?”

Una lettrice ci ha inviato questo articolo scritto dopo la caduta del viadotto Morandi.

Oggi sono tornata a Genova, per la prima volta dopo un mese di vacanza. Il motivo ufficiale era un controllo della casa vuota per l’estate, ma nessuno di noi si sforzava di nascondere cosa davvero volevamo ottenere da quella visita. Volevamo vedere il ponte.
È buffo quello che hanno scritto i giornali. Hanno riferito che quel ponte lì tutti i genovesi erano soliti chiamarlo “ponte di Brooklyn”: io un paio di volte l’ho paragonato a quello di San Francisco, nemmeno a quello di Brooklyn e, comunque, non pensavo fosse una tendenza generale.
La verità è che quel ponte non lo chiamavamo nemmeno, scommetto che la maggior parte di noi ha appreso che il suo nome era “Morandi” solo dalla cronaca nera degli ultimi giorni: non lo chiamavamo, lo attraversavamo e basta.
Era l’unica via che sorvolava il Polcevera, era il fulcro del transito di tir e camion, indispensabile per il commercio e il turismo. Ma per noi era di più: era il simbolo che, da qualunque luogo provenissi, ti segnalava che eri arrivato a casa, eri a Genova. Per me poi voleva dire che lì dietro c’era il casello di San Pier d’Arena e, in una decina di minuti, sarei entrata nel portone di casa mia. Ed era l’autostrada su cui ho fatto le mie prime lezioni di scuola guida.
Non c’è dubbio che fosse un ponte molto trafficato e rumoroso. Risuonava di clacson e pneumatici roteanti e giunture di tir e cemento scricchiolante. Forse per questo suo incessante borbottio il silenzio in cui l’ho trovato avvolto oggi mi ha così tanto impressionata.
Sono salita in macchina sino a Promontorio, dietro casa mia, e mi sono fermata per guardare in basso: ho visto la val Polcevera nuda, scoperchiata, orfana di un tratto di strada.
Ho visto un ponte violentemente interrotto di qua e, duecento metri più in là, la sua prosecuzione, ancora in piedi. Nel mezzo macerie, lamiere. Corpi nascosti dal cemento. Morte. E tutto quel silenzio.
Riuscivo a sentire solo le ruspe e le escavatrici nel loro incessante sollevare detriti. Ho pensato che quel rumore metallico sembrava il pianto del colosso abbattuto.
E poi quelle auto ferme lassù, sulla strada stroncata.
Il camioncino verde inchiodato a un paio di metri dal baratro era ancora lì dove il suo conducente era riuscito a fermarlo e dietro quello una fila di auto e camion abbandonati. Era uno spettacolo spettrale e inquietante, ma in realtà sono loro a rappresentare la vita: quelle auto e quei camion sono lì perché i loro conducenti sono fuggiti a piedi, terrorizzati, ma vivi.
La morte e la disperazione non stanno nella presenza, ma nell’assenza totale di quei duecento metri davanti alle auto abbandonate.
Lì a guardare il ponte eravamo tanti, tutti muti. Mi è sembrato un pellegrinaggio, sembravamo un gruppo di sopravvissuti che torna sul luogo della tragedia e versa lacrime.
Mai quanto oggi mi sono sentita una sopravvissuta. Perché io potevo essere su quel ponte, a quell’ora. Se non avesse piovuto e fossi scesa dalla campagna per andare in spiaggia. Se mi fossi messa d’accordo per vedermi quella mattina con le mie amiche, anziché al pomeriggio. Se non avessi lasciato il mio ragazzo un paio di mesi fa e fossi scesa ieri a Genova per vederlo.
In ogni eventualità, tranne in quella per cui sono rimasta in campagna, sarei morta su quel ponte.
Ma ieri non ero a Genova e oggi mi unisco all’indignazione di tutti noi genovesi nei confronti di chi sapeva che il ponte era instabile e mal costruito e non l’ha fatto chiudere. Questa tragedia non è come le alluvioni che più volte ci hanno tormentato: non è stata causata dal tumulto del cielo ma dalla trascuratezza e da un errore umano. Ed è questo che rende più difficile risollevarci dalle macerie del ponte Morandi.

Michela La Grotteria

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