Guerra e Liberazione viste da un bimbo del 1945

Sul numero in uscita del Gazzettino Sampierdarenese molto spazio è dedicato alla memoria e al significato sempre attuale della Liberazione. Per i giovani di oggi (e anche per quelli di ieri, ma che non hanno vissuto gli orrori della guerra, dell’occupazione e della dittatura) il significato della ricorrenza appena trascorsa del 25 aprile rischia di sfumare nel generico. È importante, in questo senso, ascoltare la voce di chi era bimbo in quei tempi duri e, ora anziano, può tramandare alle giovani generazioni come visse la guerra e il 25 aprile 1945. Giorgio Facchini, classe 1938, ‘storico’ membro del Lions Club di San Pier d’Arena (di cui è stato presidente) e della Compagna di Zeneixi, presieduta dal nostro Franco Bampi, ci ha fatto conoscere il suo toccante racconto, pubblicato in genovese nel bel libro Coæ d’aregordâ (2019) cui hanno contribuito 78 soci de A Compagna. Marco Bonetti
Il giorno giusto per un battesimo
Erano settimane che si sentiva in casa nostra discutere su quale sarebbe stato il sistema migliore da adottare per preparare una buona cioccolata-in-tazza, da servire il giorno del battesimo della piccola. Era cosa da dire sottovoce, perché in quel particolare momento non era pensabile che una persona entrasse in un negozio – fosse stato anche Torrielli in via San Bernardo o Romanengo – e, come niente fosse, le servissero del cioccolato in polvere. Né, tantomeno, dello zucchero o del latte. Ma, tant’è, le donne di casa si erano date da fare: per il battesimo si doveva fare un poco di festa, una bella figura e una certa sorpresa. Mia sorella era nata quindici giorni prima, l’11 aprile. In quel tempo i bambini andavamo battezzati subito, ché non si sapeva mai che cosa sarebbe potuto accadere. La chiesa del Corpus Domini, dove doveva avvenire la cerimonia, si trovava in piazza Martinez, mentre l’abitazione era in via Giovanni Torti (una via che si è sempre indicata con nome e cognome). Non sarebbe stato necessario troppo tempo, tra andata e ritorno. Don Andrea aveva assicurato di impiegare meno di un’ora per la cerimonia e il resto. Casa nostra aveva l’affaccio delle camere da letto ben rivolto a levante, sullo scalo merci di Terralba e quella mattina del 25, prima ancora dell’alba, si era già sentito sparare. Era una vera battaglia e io, che pure avevo già ben sentito i rumori della guerra con i bombardamenti aerei, non avevo ancora mai udito sparare nelle strade. Sparavano dall’alto della strada soprastante, quella della Casa dello Studente, un nome che da solo metteva i brividi, perché tutti sapevano che lì c’era il Comando della Gestapo. Dal ponte che scendeva dalla zona detta del ‘Mondo Nuovo’ sparavano contro i tedeschi che erano nei magazzini e nei depositi ferroviari e rispondevano con accanimento. Conservo ancora nella memoria l’immagine di una carcassa di cavallo a terra, dietro la quale stavano dei soldati che sparavano con i fucili. Ce n’erano altri che spesso avevo visto marciare inquadrati. Ora si spostavano disorientati, muovendosi dietro i vagoni ferroviari. In casa regnava una confusa apprensione e io, che mi ero avvicinato ad un davanzale per guardare, mi sono sentito arrivare un violento scappellotto, datomi di certo per la paura del pericolo corso. Lo ricordo ancora bene, anche perché è rimasto poi uno dei pochi che ho preso nella vita. Qualche vicino delle altre famiglie del caseggiato, specie quelle che non avevano la nostra visuale, era entrato da noi dicendo che sarebbero arrivati in forze da via Marina di Robilant ‘quelli della Monte Rosa’. Questi erano soldati italiani molto giovani, che passavano sulla strada marciando inquadrati e sempre cantando forte, dei quali io avevo un po’ timore. Avevo appena finito la prima elementare e da poco tempo non suonava più l’allarme per i bombardamenti che ci avevano fatto scappare nel rifugio, spesso di notte. Questo si trovava in via Donghi, dove oggi c’è una statua della Madonna. Ora, proprio nel giorno in cui era in programma di portare la mia sorellina in chiesa per il battesimo, si erano messi tutti a sparare. Avevo sentito una parola nuova: ‘insurrezione’. Dopo mezzogiorno pareva che si fosse calmato tutto. Così i miei sono corsi in chiesa, strisciando contro i muri con la piccina stretta al petto con ansia, tanto che anche il prete deve avere accelerato il rito. A casa poi, con meno invitati del previsto, si è approntata la tanto (da me certamente) attesa… cioccolata-in-tazza. Verso sera lo zio di mio padre, col quale andavo spesso per mano a conoscere Genova, mi ha fatto uscire in una insolita confusione di uomini riuniti a gruppi, che si scambiavano notizie. Ciò che ricordo bene è la discesa terrosa di via Delle Rovare, che è ora via Aldo Manuzio. Lì c’era chi arrivava da Sestri e da San Pier d’Arena, chi dal Levante, da dove si aspettava imminente l’arrivo degli Alleati. Nel frattempo in giro non c’erano più tedeschi. Chi aveva molti più pareri e notizie, e nella nostra famiglia godeva di un certo rispetto, era il geometra Richetti, dirigente delle Officine Elettriche Genovesi, che con il suo portamento autorevole raccontava che proprio in zona, vicino alla Villa Imperiale, nel pomeriggio si era svolto un incontro per firmare un accordo tra ufficiali della Wermacht e dei partigiani con la cravatta, assieme al Cardinale Boetto, Arcivescovo della città. Di certo nessuno aveva più sparato un colpo. Intanto io mi ero un po’ spaventato assistendo ad un certo trambusto: gente che usciva concitata da quella che conoscevamo come Casa del Fascio, carica di fagotti, materassi, letti e mobili. La mano dello zio mi aveva tranquillizzato. Era un saccheggio, ma lo avrei capito in seguito. Negli anni seguenti sarei tornato spesso in quei locali, chiamandoli Casa del Popolo, ad assistere ai miei primi film dei cowboy. Però, diciamo la verità, quello per essere un giorno da ricordare era proprio quello giusto! Meno adatto per farne il giorno di un sereno battesimo.
Giorgio Facchini

2 thoughts on “Guerra e Liberazione viste da un bimbo del 1945

  • 5 Maggio 2020 in 15:05
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    L’interessante racconto di vita familiare, focalizzando il battesimo della sua sorellina, con quanto accadde quel 25 aprile del 1945 e di cui è tutt’oggi testimone vivente, richiama l’attenzione mia e di tutti i nostri coetanei che, anche se molto piccoli, ricordiamo molti episodi vissuti in quel triste periodo. E’ un racconto quasi cenematografico, nel senso che leggendolo, ho rivisto la villa Imperiale, non come la si vede oggi, ma come la posso ricordare io e forse molti dei miei compagni di scuola di allora i quali, in quella villa trasformata in CAMPO SOLARE, trascorremmo buona parte delle vacanze estive, promosse dal comune di Genova. Ci sono episodi vissuti in quel triste periodo che non si possono dimenticare e penso che noi vecchietti delle classi 1938 – 1939 – 1940 e 1941, sia nostro dovere farli rivivere ai nostri figli, nipoti e a tutti i giovani in grado di ascoltarci. Grazie Sergio e Viva La Resistenza, ciaooooo

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  • 7 Maggio 2020 in 05:06
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    Senza eroismi né retorica vengono narrati due episodi tra le migliaia che si saranno svolti ed anche intrecciati tra loro in quei giorni tristi ma luminosi. Grazie per averci fatto rivivere momenti semplici di persone semplici che, comunque hanno contribuito a fare la storia.

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