Ho ricevuto oggi, tramite mio zio sampierdarenese residente a Gavi, una lettera di un altro gaviese lettore del Gazzettino, Andrea Merlo, già giornalista per diverse testate genovesi, classe 1932: la pubblico e ognuno ci rifletta su come meglio crederà.
“Contagi, come l’elastico
Riguardo il tema del contagio attualmente in atto, emerge l’esagerata enfasi di chi ne trasmette i numeri, giorno per giorno, rendendo tale informazione poco attendibile per i seguenti motivi:
– La ricorrente estremizzazione sia in senso positivo che in quello negativo, senza mai una via di mezzo
– La sensazione che il differente approccio (negativo o positivo) venga comandato secondo convenienza
– L’evidenza dei fatti che dimostrano come il tema sia serio, importante, ma non così drammatico
– Il facile teorema dei tamponi, ovvero più se ne fanno e più si scoprono eventuali contagiati.
Da notare come in periodo di “confinamento” se ne facessero relativamente pochi e come, al netto calo dei contagi estivi, si sia immediatamente provveduto a disporne centinaia di migliaia, quasi si volesse ripristinare la paura che stava affievolendosi.
– Infine la constatazione che gli sbandierati nuovi contagi siano meno pericolosi di quanto si predica, come dimostrano i positivi più illustri (politici, calciatori, attori, big) che si ammalano e guariscono “tutti” in pochi giorni.
Questo non significa che si debba ignorare un certo rischio e non si debbano attuare le più elementari attenzioni, ma non trovo giusto si voglia stravolgere la vita dell’intera popolazione a ogni notifica di qualche contagio in più.
Considerare i rischi non significa farne una tragedia.
Come ogni epidemia che la storia racconta, anche il Covid finirà e, nonostante la sua quasi incredibile espansione nel mondo, lascerà sul terreno un numero di morti inferiore a quelli dei contagi precedenti.
In conclusione credo si debba capire che con questa provvisoria calamità si debba imparare a convivere, con pazienza e con fiducia in un esito positivo.
In fondo si tratta di un anno o poco più di limitazioni del tutto sopportabili. Pensate alle guerre, all’ultima in particolare. Cinque anni di paura, privazioni, fame, freddo, e morte sempre incombente. Tutti a rischio, altro che tamponi! Eppure, dopo l’iniziale disorientamento, le popolazioni avevano continuato a lavorare, studiare, fornire servizi, secondo i casi, più o meno come prima. Ricordo la mia frequenza elementare a Genova, nelle classi terza e quarta in piena epoca di bombardamenti. Al sibilare delle sirene d’allarme, tutti di corsa nei rifugi poco più che simbolici. Al segnale di cessato pericolo, sovente facendosi largo fra le macerie, ognuno riprendeva le proprie occupazioni.
Quella era stata una vera tragedia, ma era stata superata perché avevamo sempre creduto che un giorno sarebbe finita. Confortati, forse inconsciamente, al pensiero che quegli anni terribili ci avrebbero insegnato qualcosa.
Come è sperabile che avvenga anche questa volta”.