Gazzettino Sampierdarenese

Il mensile di San Pier d'Arena online

Per non dimenticare il giorno della Liberazione

Apr 25, 2025

Questo articolo era stato pubblicato sul numero di aprile 2020 del Gazzettino Sampierdarenese. Sono passati cinque anni, ma le le riflessioni scritte da Gino Dellachà alla fine dell’articolo sono ancora attuali.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il cui comando aveva sede a Milano, proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti e questo, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate che stavano risalendo dal meridione della nostra penisola. Genova è stata l’unica città europea in cui le forze armate del Terzo Reich si arresero ai partigiani e agli abitanti di una città e tutto ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile, quando il CLN decise di dare avvio all’insurrezione e tutte le formazioni partigiane della zona vennero fatte confluire su Genova, per accerchiare il nemico, che disponeva di circa 30.000 uomini in città e dintorni. Il 24 aprile venne proclamato lo sciopero generale e ai partigiani si unirono ben presto operai e cittadini, in un numero molto superiore a quanto previsto. L’insurrezione incominciò con una serie di mosse mirate a tagliare le vie di fuga, a disattivare le linee elettriche ad alta tensione e a mettere fuori uso le ferrovie ed i collegamenti telefonici. Alle 5 del mattino, in città, iniziarono a sentirsi scambi di colpi di armi leggere e poi di mortaio. I partigiani conquistarono il controllo delle strade verso il settentrione e la brigata Balilla entrò a San Pier d’Arena, mentre nel porto altri reparti, con l’aiuto decisivo dei camalli, erano impegnati a disinnescare le numerose cariche esplosive piazzate sui moli e nelle calate. Tedeschi e brigate nere cercarono in tutti i modi di contrastare queste azioni e i combattimenti furono violenti, con diversi morti, sia in porto che in città. Durante la notte le forze partigiane misero a tacere gran parte delle postazioni d’artiglieria tedesche e occuparono la stazione radio sull’altura di Granarolo, da cui cominciarono a essere trasmessi i primi messaggi del CLN. I tedeschi erano ormai isolati in contingenti dispersi e inchiodati in città, con la camionale per Milano bloccata. All’alba del 25 aprile si combatteva ancora, ma ben presto le truppe germaniche dovettero cedere anche sul mare, prima a Sestri, poi a Prà, Voltri e ad Arenzano. In città vennero occupati piazza Acquaverde, la caserma di Sturla, l’ospedale di Rivarolo e quasi tutta la Valpolcevera. Nel pomeriggio il generale Günther Meinhold comandante delle truppe tedesche, dopo aver ricevuto due messaggi, uno del cardinale Pietro Boetto, che si rendeva garante di una giusta resa, e l’altro da parte del CLN, che definiva le condizioni della resa stessa, si recò all’incontro decisivo con i capi del CLN. Le parti discussero per ore, cercando di tenere le proprie posizioni in una tensione sempre più crescente, ma poi alla fine Meinhold capì di aver perso la sua battaglia o forse non volle macchiarsi di un crimine di guerra e all’alternativa di obbedire a Hitler e distruggere la città, e quindi tentare di raggiungere il Piemonte, a prezzo di gravissime perdite, preferì la scelta di evitare un inutile massacro. Alle 19,30 del 25 aprile 1945 il generale Günther Meinhold comandante delle truppe germaniche dell’intera area genovese e Remo Scappini, presidente del CLN della Liguria, firmarono l’atto di resa per cui tutte le forze tedesche operanti a Genova si arrendevano con la consegna delle armi alle formazioni partigiane. L’evento avvenne nel quartiere di San Fruttuoso a Villa Migone, residenza del cardinale Pietro Boetto, arcivescovo di Genova, uno dei mediatori nelle trattative. Alla fine, un lunghissimo silenzioso corteo di 6.000 soldati tedeschi sfilò disarmato per la città in segno di resa. Lo guidava il generale Meinhold, cui va riconosciuto di aver disobbedito ai deliranti ordini di Hitler mirati a distruggere le infrastrutture cittadine già minate e di aver scelto la soluzione di far uscire da Genova i suoi soldati come prigionieri, ma vivi. Alle 9 del 26 aprile Paolo Emilio Taviani “Pittaluga”, da Radio Genova in Granarolo, annunciò: “Popolo genovese esulta. L’insurrezione, la tua insurrezione, è vinta. Per la prima volta nel corso di questa guerra, un corpo d’esercito agguerrito e ancora bene armato si è arreso dinanzi a un popolo. Genova è libera. Viva il popolo genovese, viva l’Italia”. Sono passati ormai settantacinque anni dal 25 aprile 1945, giorno significativo e importante nella storia del nostro paese, che è doveroso non dimenticare mai e che dobbiamo ricordare come il giorno della libertà riconquistata con il sacrificio di migliaia di italiani. Quel giorno segnava per il nostro paese la fine di una dittatura e di un tragico periodo di lutti, di rovine e di macerie. L’Italia stava per lasciarsi alle spalle la Seconda guerra mondiale e una guerra civile e si apprestava ad affrontare a passo sicuro un futuro di rinascita e di ricostruzione. La democrazia conquistata a così caro prezzo, le avrebbe portato nel breve, la Repubblica, la Costituzione e la forte determinazione di ripartire verso la pace ed il benessere. Anche la nostra San Pier d’Arena, per arrivare al 25 aprile aveva pagato un prezzo enorme di giovani vite stroncate e non solo. Spesso mi chiedo se le nuove generazioni conoscano la storia, le violenze e il dolore che hanno sconvolto la nostra piccola città. E il 25 aprile 2020 una riflessione forse banale, ma comunque amara me la fa fare: è questa l’Italia che volevano e per cui tanti hanno sofferto e lottato, è questo il paese per cui molti hanno dato tutto, compreso la loro vita?

Gino Dellachà (aprile 2020)

Fedeltà alla Resistenza

“Ricordo… un’estate a Salerno… accadde molti anni fa. Era il giugno del 1962, dal 30 giugno del ’60 erano trascorsi due anni: si premiava la “Fedeltà alla Resistenza” e io – portuale – immeritatamente prescelto a rappresentare la Resistenza Genovese mi trovavo tra le più belle figure della Resistenza Italiana. Giunsi in piena notte all’albergo di Salerno dove mi pregarono di spartire la camera d’albergo con un premiato. Nella camera feci il più piano possibile… il mio compagno dormiva. Alla mattina destandomi lo trovai già alzato, ci presentammo: “Salvatore Quasimodo” mi disse “scrittore”. Io dissi: “Giannetto D’Oria” e aggiunsi “Portuale”. Visto il mio reverenziale timore il poeta mi disse: “Un nome storico e una professione fra le più belle”. Ci sentimmo subito compagni: compagni nella Resistenza e nell’amore per la Libertà.
Io ritirai il premio destinato alla “Genova del 30 Giugno” , lui il meritato e dovuto riconoscimento al suo grande impegno e sommo intelletto sempre operante nella fede e nell’amore della giustizia, che gli facevano scrivere:
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento
“.
e che gli fecero formulare per i compagni trucidati di Loreto questa altissima preghiera:
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita
“.
Si, compagno Quasimodo: la morte non da ombra quando è vita… e tu vivrai nel ricordo dei buoni, nel pensiero degli umili e soprattutto rimarrai sempre nella memoria del portuale che ti ricorda “grande compagno” di quei giorni.”
Giannetto D’Oria (1982)

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