Gazzettino Sampierdarenese

Il mensile di San Pier d'Arena online

L’ultimo viaggio del leccio (“l’albero” di via Cantore)

Gen 27, 2017

Era inevitabile, anzi, ormai questione di incolumità pubblica: bisognava eliminarlo, e così è stato oggi pomeriggio, 27 gennaio 2017.  Sono intervenuti i Vigili del Fuoco, Aster e la Polizia Municipale per “celebrare” il funerale dell’ex bel leccio che da decenni si stagliava all’incrocio tra via delle Franzoniane e Via Cantore. Per tutti noi sampierdarenesi era consuetudine darci appuntamento “dall’albero”, ed ora il maestoso tronco è stato ridotto a pezzettoni di legna che malinconicamente compiranno l’ultimo viaggio lunedì 30 gennaio. Nel week end verranno accatastati in loco quale triste monumento all’incuria del nostro verde. Ci auguriamo ora che al suo posto venga messa a dimora una bella pianta che col tempo possa ritornare ad essere il riferimento di moltissimi cittadini. Certo è che quel punto così focale della nostra San Pier D’Arena appare ora assai disadorno, non solo perché per molto tempo mancherà “l’albero”, ma perché dalla fine dello scorso anno il fioraio Franco ha deciso di ritirarsi a fare il nonno, quindi dovremo vedere per un bel pò solo vento e fretta di passare, senza poter fare due chiacchiere all’ombra del leccio. Pazienza. Speriamo ora che si provveda. Per il momento è stato eliminato un pericolo potenziale e ne siamo contenti, avendolo segnalato più volte dalle nostre pagine. Al posto di Franco pare venga una sartina cinese che ripara orli, strappi ed altro, al modico prezzo di “cinque eulo” (senza erre). Ce ne faremo una ragione.

Circa la data, certo la ricorderemo, essendo coincidente con ben altro anniversario, la Giornata della Memoria, perciò rivolgiamo un pensiero a chi ha dovuto subire uno sterminio diabolico ed insensato ad opera di chi voleva “fare pulizia” credendo, nella sua follia, che l’eliminazione di milioni di persone fosse lecita e doverosa. L’umanità è ben più forte, ma quanto male le possono fare certe idee aberranti!

Pietro Pero

 

3 commenti su “L’ultimo viaggio del leccio (“l’albero” di via Cantore)”
  1. Carissimo Pietro, ho letto il tuo pezzo sulla triste fine del leccio che stagliava (io lo
    preferisco senza “si”: ma conduco da anni una lotta impari!) dallo
    slargo, all’incrocio… e mi sono sentito partecipe e un po’ parte in
    causa perché ogni volta che venivo alle “Franzoniane” o alle “Pietrine”
    (nella veste, oggi superata, di Commissario Governativo) o in redazione
    (quella d’antàn e quella odierna), ero (e sono) solito scendere dal bus
    e traversare proprio in quel punto. Quante volte, dopo i tuoi pezzi sul
    (trascurato) leccio, ho dato uno sguardo amaro(gnolo) e al povero albero
    e al simpatico fioraio (finché c’è stato). Senza chioma, i suoi rami
    parevano nude braccia alzate al cielo a supplicare pietà, comprensione e
    un po’ di cure… Molto azzeccati nel finale il collegamento e la
    riflessione che fai. Grazie, Pietro! A risentirci e cordiali saluti.

  2. non mi sembrano 2 belle notizie: a) che si sia “ucciso” il leccio storico (non poteva essere semplicemente potato? b) che arrivi la sartina cinese (non ne abbiamo a sufficienza di cinesi a sampierdarena? vogliamo che diventi come Prato?
    Boh! E la gente accetta tutto con la massima tranquillità……!!!

    1. nessuno le ha definite “belle notizie” da parte nostra, anzi, più volte abbiamo sollecitato ASTER ad intervenire per potare e curare il leccio, ma dopo averne causato la malattia con scarsi interventi e posizionamento di centraline con base di cemento proprio sulle radici, hanno anche praticamente ignorato le nostre pressioni. Circa la cinese, la notizia non ci pare né bella né brutta. E’ un fatto del quale prendere atto. Certo è che ormai nessun italiano o quasi fa più quei lavoretti di artigianato che cercano i cinesi, per cui a ben guardare, forse ci fanno un piacere. Quanto a paragonare San Pier D’Arena a Prato crediamo che ce ne corra, e poi bisognerebbe andare bene a vedere per chi lavorano quei cinesi ammassati in modo indegno. Forse scopriremmo che ci sono dietro italianissimi imprenditori che lasciano a casa operai nostrani (come accade in Romagna per i divani). P.P.

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