E’ Natale. Giorno e periodo particolare per tutti; sia per chi lo vive con la Fede di un evento stratosferico e miracoloso, come per chi lo vive con rito pagano ma comunque sentimentale di momento aggregativo verso la famiglia, verso chi si ama ed il prossimo in generale. Sentimenti che vengono ripetuti ogni anno, magari con stereotipi più formali che sentiti, più rituali che frutti dell’animo. Ma comunque Natale è Natale; lo è da secoli ed è più sentito che Ferragosto, quando si va in vacanza, si è liberi, ci si prova ad esprimere al meglio di se stessi. Tradizione o profonda sensazione religiosa, questo è il sistema dominante e questo è ciò indicano cuore e consuetudine. Serenità e pace: ecco quello che si cerca, almeno per un giorno. Quest’anno però, inutile negarlo, ciò che si ha dentro non riesce a farci ripetere la magia religiosa o laica consueta. Il momento è troppo amaro; lo sconvolgimento sociale è tanto grande da generare in tutti noi, salvo rare eccezioni, un malessere profondo e doloroso. Difficile indicare a un disoccupato o cassintegrato di stare sereno quando ha la morte nel cuore per un futuro incerto e ferito nel suo orgoglio di persona che non lavora. E quasi impossibile pensare che un lavoratore autonomo, abituato a farsi tutto da se, a combattere e risolvere problemi, convincere clienti, possa sedersi felice alla tavola natalizia, guardando in faccia mogli e figli che manteneva nel benessere e che ora, invece, quasi non riesce a sfamare. O invitare a sorridere sotto l’albero le molte donne costrette a casa magari per fallimento dell’azienda dove lavoravano, quando sul lavoro erano punti di riferimento. E difficile, per un direttore, ribadire speranze, indicare di stringere i denti in una situazione come questa. Sul cartaceo in edicola ho concluso invitando a resistere, andare avanti. Ma se voglio essere realista non posso non notare l’amarezza ed il senso di disperazione che ci sta intorno e che sta pervadendo anche noi, che siamo, come tutti, in grave sofferenza. Per ribaltare la situazione e sconfiggere i disastri fatti da politici, tecnici e burocrati in Italia ed Europa occorrerebbero decisioni ed iniziative impopolari. Forse inattuabili perché ci sono i veti incrociati, c’è il sistema che difende se stesso ed i privilegi di pochi ma che hanno il mini potere di fare catenaccio; di bloccare chi vorrebbe cambiare.
Per abbattere quanto sopra, peggio che il gelo Usa-Cuba o il muro di Berlino, occorrerebbe una rivoluzione culturale di proporzioni epocali. Molto difficile da realizzare ma non impossibile. Basta che noi, gente civile, onesta e con idee chiare, facciamo sentire finalmente la nostra voce. Iniziando dalle cose di tutti i giorni. Che non accettiamo più passivamente ciò che viene dall’alto solo perché arriva dall’alto. Ciò che è demenziale, costituzionalmente mafioso nel senso più allargato del termine, non deve più essere accettato. Questo sito e la pagine del nostro Gazzettino sono aperte a proteste e proposte. E quest’anno i miei/nostri auguri sono proprio quelli che riusciamo, finalmente e una volta per tutte, ad imporre la prima e basilare regola costituzionale: il popolo sovrano siamo noi e chi governa non deve fare altro che ciò che noi indichiamo. Non sono loro a comandare ma noi.
Auguri a tutti, lettori, visitatori del sito, amici del Gazzettino da tutta la redazione e dal direttore.
Appuntamento con l’editoriale a fine anno, inizi prossimo…ora qualche di relax e un po’ di vacanza.
Dino Frambati
Scorsi editoriali:
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24 dicembre, l’editoriale del direttore: “E’ Natale”