L’intramontabile mito di Don Giovanni

Il mito di Don Giovanni, come quello di Faust, appartiene alla storia universale della letteratura e delle leggende popolari. Don Giovanni è l’incarnazione del libertino che odia il mondo, l’ordine sociale, le leggi divine che sente incombere sul suo capo, che disprezza anche le donne, verso le quali è irresistibilmente attratto da un’inesorabile sete di conquista. Tale concezione demoniaca si definì poeticamente e letterariamente in Spagna, agli inizi del XVII secolo, nel “Burlador de Sevilla” di Tirso de Molina. Fu l’elemento soprannaturale ad esaltare le facoltà creative di Wolfgang Amadeus Mozart e a elevare la sua musica al di sopra dell’opera buffa-giocosa vera e propria, fino all’altezza di una tragedia ultraterrena. Mai, nel suo catalogo musicale, troviamo una musica così cruda, così realistica e tenebrosa; mai seppe creare tanti contrasti rapidi e taglienti: dall’effusione amorosa all’orrore della morte. Mozart si avvalse, per la parte poetica, della collaborazione di Lorenzo Da Ponte, che gli fornì uno dei più perfetti, audaci ed, ancor oggi attuale, libretto che la storia dell’opera ricordi. “Don Giovanni” vide la sua prima rappresentazione al Standetheater di Praga il 29 ottobre 1787, ottenendo un immenso successo, diventando una pietra miliare nel panorama del mondo musicale. L’intramontabile mito del libertino mozartiano è andato in scena al Teatro Verdi di Pisa, in un’edizione che potremmo definire “al femminile” per la presenza sul podio, alla direzione dell’Orchestra Archè, di Erina Yashima e per la, decisamente non banale, regia firmata da Cristina Pezzoli. Quest’ultima immagina la vicenda in un anonimo circo, in un’epoca senza tempo, tra scene razionalmente spoglie, dove, un’umanità non ben definita, fa da corollario ai protagonisti, insieme ad appropriati e decisamente d’effetto inserimenti del Corpo di Ballo del Balletto di Toscana. In un personalissimo concetto onirico e pregno di riferimenti, la Pezzoli immagina la figura di Don Giovanni come il classico seduttore mai cresciuto, tra le mille contraddizioni che lo condurranno alla rovina. Insomma, nel suo complesso, una visione della vicenda notevolnente interessante, non scevra però di qualche forzatura nella parte finale. Decisamente buona la parte musicale: Erina Yashima ha offerto una lettura di questa splendida partitura, intensa, sofferta, vissuta, estrapolando il meglio dall’ottimo cast che aveva a disposizione; Daniele Antonangeli è stato un superbo Don Giovanni, Diego Godoy un delicatissimo e raffinato Don Ottavio, meravigliosamente istrionico Nicola Ziccardi nei panni di Leporello, Francesco Vultaggio il rustico Masetto e Paolo Pecchioli nel ruolo del Commendatore. Sempre nel segno della definizione “al femminile”, citato in precedenza, splendida la prova delle tre protagoniste: Sonia Ciani (Donna Anna), Raffaella Milanesi (Donna Elvira) e Federica Livi (Zerlina). Prolungati e meritatissimi applausi al termine, ma anche qualche non condivisibile poltrona rimasta vuota dopo la prima parte.

gb

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