“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”. L’editoriale del direttore, con omaggio a Gabriele D’Annunzio

E si, è settembre. Diciamo grazie al grande D’annunzio ed alla schiera dei formidabili poeti italiani dei secoli scorsi che, oltre a dare al nostro Paese arte, cultura e grandezza intellettuale, sono riusciti in qualche modo ad essere cronisti ante litteram. Lo abbiamo scritto più volte in questi editoriali, rifacendoci appunto a cantici, poesie e poemi di questi autori di immensa fama e capacità descrittiva. Lo rifacciano oggi quando, “migrare”, si conferma necessità ma anche grande problema di questi momenti storici: non contadini ma, ora, la fuga da terre di guerra; situazioni da secoli bui quando siamo invece già nell’avanzato e tecnologico terzo millennio. Ed assistiamo ad un dibattito politico più che a proposte ed iniziative di vere soluzioni a quello che è un fenomeno drammatico ed epocale sul quale idee e pareri sono diversi e persino, spesso, contrapposti. Senza entrare nel merito di tutto ciò, che merita spazi e sedi diverse e persino più ampie, le annotazioni da fare sono di come di questo problema sentiamo e leggiamo parole infinite e da salotti eleganti, ben lontani da disagi e sofferenza. E la riflessione è che da quelle situazioni è facile parlare, con idee disparate, giuste o sbagliate che siano. Facile perché chi assistiamo dibattere è assai lontano da chi è vittima di queste trasmigrazioni di massa e di guerre incivili ed ingiuste (come tutte le guerre) ma forse ora anche più spietate. A “docere ed edocere” invocando umanità ed aiuti ed altro, sono persone che parlano e chiacchierano da talk show e salotti che definire lussuosi è un eufemismo. Loro invocano, non decidono, gli altri fanno. Non sono certo quelli che “si sporcano le mani” a “fare” nel senso più concreto del termine. Facile parlare barricati dietro a stipendi di migliaia di euro e nei “Palazzi” dove questi signori potenti più che per merito per grazia ricevuta, entrano ed escono profumati ed eleganti che di più non si può. Insomma, c’è un vertice d’Europa che spesso non sa agire, lascia macerare le situazioni che poi devono risolvere altri. A soffrire, alla fine, non è chi, appunto stando ai vertici continentali, specula in un senso o nell’altro sulla sofferenza, ma la gente comune che accoglie, offre. E questi signori parlatori hanno stipendi e studi di lusso, in qualità di tecnici, professori, politici e (purtroppo) anche colleghi giornalisti. Tutti costoro hanno trovato un argomento per apparire appunto su giornali e televisioni, avendo magari sul tema anche qualche responsabilità. Ciò che accade nel mondo oggi, va invece affrontato con determinazione e accorata coscienza. E se proprio sentono il problema nel cuore come la maggior parte di noi cittadini del continente, ebbene, per un mese rinuncino ai tre quarti dei loro stipendi e li devolvano a chi davvero sta soffrendo e patisce pure la fame. Il mondo, invece, sappia valutare con attenzione gli scenari di guerra terribili e pericolosi per il futuro di tutti in un’area ben definita medio orientale e Nord africana e trovi soluzioni prima che la barbarie finisca con il sopraffare la società civile che abbiamo costruito e costruiamo ogni giorno con grande fatica.
Dino Frambati
d.frambati@seseditoria.com
precedenti editoriali:
https://www.stedo.ge.it/?p=19123 /Superato il limite nella mega rissa)
https://www.stedo.ge.it/?p=19043 (L’editoriale va in vacanza)
https://www.stedo.ge.it/?p=18999 (La ripresa non c’è)
https://www.stedo.ge.it/?p=18935 (Fate l’amore non la guerra)
https://www.stedo.ge.it/?p=18856 (Mondo meglio di come appare)
https://www.stedo.ge.it/?p=18630 (Brescello, Italia che piace)
https://www.stedo.ge.it/?p=16511 (Peppone e Don Camillo)

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